Le prime famiglie ebree arrivarono a Reggio Emilia all’inizio del XV secolo, ottenendo dal Senato cittadino il permesso di insediarsi e di esercitare il prestito di denaro, attività allora vietata ai cristiani. 
Con il passare degli anni, a partire dal 1413, la comunità crebbe costantemente, dedicandosi alla produzione e commercio della seta, dei tessuti e delle granaglie, affiancando così l’attività di prestito, già consolidata. 
Nel 1492, con la cacciata degli ebrei sefarditi dalla Spagna, numerose famiglie trovarono rifugio nelle città del Ducato Estense, accolte dalla relativa tolleranza dei principi di Ferrara. 
Tuttavia, il clima di tolleranza era destinato a mutare: per oltre un secolo la disposizione papale del 1555 sull’istituzione del ghetto non fu applicata a Reggio Emilia. 
Fu la duchessa Laura Martinozzi, vedova del duca Alfonso IV, a ordinare che gli ebrei reggiani, fino ad allora sparsi per la città, fossero concentrati nelle vie che oggi conosciamo come San Rocco, Caggiati, della Volta, dell’Aquila e Monzermone. 
Così nacque il ghetto, una vera e propria “città nella città”, dove circa 885 persone vissero in spazi angusti e spesso malsani. 
Gli ebrei potevano uscire solo di giorno, indossando un segno distintivo: un nastro rosso, legato al cappello per gli uomini e ben visibile per le donne. 
Con l’arrivo di Napoleone e la creazione della Repubblica Cispadana, i portoni furono simbolicamente abbattuti. 
Ma, dopo il ritorno degli Este, il ghetto fu nuovamente istituito, fino alla definitiva abolizione nel 1859, con l’annessione al Regno di Sardegna.   Nel periodo del Risorgimento, gli ebrei reggiani parteciparono attivamente ai moti e alle guerre per l’unità nazionale, assumendo un ruolo pienamente cittadino. 
Tra loro spicca Ulderico Levi, senatore del Regno e mecenate di importanti opere pubbliche, come l’acquedotto cittadino e il restauro del Teatro Ariosto. 
La conquista della piena cittadinanza fu però tragicamente interrotta dalle leggi razziali del 1938. 
La comunità ebraica reggiana fu decimata: molti dovettero fuggire all’estero o isolarsi dalla vita pubblica, e nel 1943 dieci membri furono deportati ad Auschwitz, dove persero la vita nelle camere a gas. 
Dopo la guerra, la comunità rimasta non fu più sufficiente a formare il “minian”, il numero minimo di uomini adulti necessario per celebrare il culto, e i pochi superstiti confluirono nella Comunità di Modena, lasciando il Ghetto come memoria viva di secoli di storia, cultura e resilienza. 

LA SINAGOGA 

All’interno del Ghetto, gli ebrei reggiani dovettero affrontare, in uno spazio angusto, tutte le necessità della vita comunitaria: il culto, l’istruzione dei giovani e la sepoltura dei defunti. 
Nel 1669, su disposizione della duchessa Laura Martinozzi, fu soppressa la principale Sinagoga cittadina, che sorgeva presso la chiesa di San Giovannino. 
I lavori per il nuovo tempio nel Ghetto iniziarono nel 1672, dando vita a un luogo di culto che sarebbe diventato il fulcro spirituale della comunità. 
Nel 1755, venne commissionato a Agostino Canciani un elegante Aron ligneo, il tabernacolo destinato a contenere il Sefer Torà, il rotolo della Legge. 
Quest’opera, sopravvissuta ai saccheggi della Seconda guerra mondiale, si trova oggi a Haifa, in Israele. 
Nei secoli successivi la Sinagoga subì diversi interventi, soprattutto ornamentali, ma nel 1849, constatato il grave stato di degrado, si decise di ricostruire l’edificio. 
Il progetto, affidato al reggiano Pietro Marchelli, fu complesso e rispettò sia le esigenze architettoniche sia quelle simbolico-religiose, completandosi nel gennaio del 1858. 
Durante i bombardamenti del 1944, il tempio perse la sua funzione religiosa e nei decenni successivi fu adibito a diversi usi, tra cui una tipografia, fino al crollo della cupola a metà degli anni Cinquanta. 
Solo alla fine degli anni Novanta ebbero inizio interventi di restauro, che ripristinarono la facciata e la morfologia interna degli spazi, completandosi nel 2003 con il recupero della cupola, fedelmente secondo il progetto originale di Marchelli. 
Oggi, la facciata della Sinagoga ospita una targa commemorativa in memoria dei dieci ebrei reggiani deportati ad Auschwitz, un ricordo silenzioso ma potente della comunità che ha attraversato secoli di storia, resilienza e cultura.